“Questo vuol dire che lui mi ama!”.
“Come la ama? La ama tagliandole la faccia? Signora… ma perché lo vuole coprire” “Io non copro nessuno, è mio marito e il padre dei miei figli. È che è molto geloso, ché siccome mi vuole troppo bene lui si comporta così. Non è che lo fa sempre, ogni tanto”. “Forse signora lei non ha memoria storica…”
“Memoria…?”
“Lei dimentica che è venuta in questo commissariato un sacco di volte e tutte le volte, poi, ritira la denuncia. Certe cose ve le cercate voi, questo è il fatto. Non avete il coraggio di reagire e permettete a certi debosciati e vili di farla franca”.
Tina, diminutivo di Agata, se ne stava davanti al tavolo del sovrintendente di Polizia con gli occhi bassi, tenendosi la guancia sinistra con della garza e quasi infastidita da quelle domande fatte davanti a tutti. Anche in ospedale gliele avevano fatte tante. Per lei era una vergogna denunciare il marito che ogni tanto si alzava con lo storto e la picchiava senza un vero motivo.

Questa volta, però, aveva esagerato. Mezzo ubriaco le aveva tagliato una guancia. Era giovane e carina, ma era segnata già dalle amarezze, dalle delusioni, dalle varici, dalle occhiaie, e dalle ecchimosi a corredo del suo corpo.
La dottoressa Muschelli, una psicologa venuta da Palermo, l’aveva invitata a passare con lei qualche minuto, di là, in un’altra stanza, fuori da orecchie e occhi indiscreti, solo tra donne.
Tina la seguì quasi a farle un piacere perché “le sembrava male” non assecondare la richiesta della dottoressa ed entrò con la faccia di chi pensa: “tanto, tutte chiacchiere inutili sono!”.

Di là, nella stanza attigua a quella del commissario, le due donne si sedettero senza dire una parola. La dottoressa Muschelli fissava negli occhi Tina e Tina non le calava. In quella stanza e lontano da quel quartiere a rischio dove viveva, si sentiva più sicura. Poi cominciò, senza che la Muschelli avesse fatto alcuna domanda: “Io lo so che tutti voi mi volete proteggere e lo fate per il mio bene ma per me non cambia niente. Mio padre era anche lui così con mia madre e certe volte anche con me, solo che con me… Era uno che contava nel quartiere, vah! Uno che agli occhi delle gente era un galantuomo e guai a denunciarle certe cose… come se la gente non le sapeva… la gente sa sempre tutto. È che non vogliamo vedere, a cominciare da me per prima.

Io so che avete ragione ma se lo denuncio come mi va a finire a me e ai miei figli? Vado a lavare scale, e magari questo può passare, ma per il resto? Chi ferma la vendetta di mio marito, la giustizia? Ho sentito alla televisione che uno ha ucciso la prima e la seconda fidanzata e con tutto che la giustizia sa che è colpevole lo lascia libero per fare altro danno, dottoressa: che le pare giusta questa giustizia? Manco quella divina c’è e perciò che denuncio a fare, che ribellione posso fare? Quando dissi a mia madre quello che mio padre voleva da me la notte lei mi tumpuliò in faccia e mi mise in collegio perché diceva che ero pazza e che vedevo troppa televisione vastasa…. dottoressa, quale è la televisione vastasa, scandalosa, quella che mi faceva vedere mio padre venendomi a trovare nel lettino che io mi nascondevo sotto le coperte e mettevo la camicetta tra le sbarre del letto per fare da sentinella per vedere se arrivava? Dottoressa, la notte non dormivo. Per anni non hodormito che queste occhiaie mi sono rimaste per questo. E chi mi ridà il mio sonno, la cosa più intima e più dolce per una ragazza… mi privò del sonno quel debosciato e vile di mio padre. Ma nessuno mi credette! Nessuno! Per pazza mi fecero passare! Bastardi! Mi fecero crescere con la convinzione che ero una mala ragazza, una ragazza malata, perché dicevo di certe cose che non si dovevano dire.

Quando mi facevo il bagno nella vasca mi stricavo forte la spugna col sapone sulla pelle che mi diventava rossa come un’aragosta. Mi sentivo sporca e volevo fuggire da quella casa.
Quando Melo mi rivolse la parola per la prima volta sentì che questo era buono e pulito e dopo qualche mese che ci eravamo messi insieme ce ne fuggimmo e andammo a vivere insieme. Che ne potevo sapere che anche lui era un legno storto? E che era il mio destino? Che era scritto nelle mia fedina? Io lo so perché Melo diventò così.” “Che cosa lo fece diventare così?” disse la Muschelli che stava ad ascoltare senza battere ciglio.
“Melo è un ragazzo buono, dottoressa, troppo buono. Pensi che dopo che mi ha dato botte si mette a piangere e si corica sul mio petto e mi ricopre di baci”.
“Perché si pente credi che sia buono?”

“No, non sono così fessa, ho la terza media ma non sono scema. Melo mi ha sempre amato e quando dico questo non dico fesserie, mi ha sempre amato ma quando ce ne fuggimmo lui non mi trovò come mi aveva fatto mia madre, nonostante io ho cercato di camuffare la cosa, ché quando ce ne fuggimmo mi erano appena finite le cose e così potevo far vedere del sangue, ma lui non ci ha mai creduto. E il suo amore si avvelenò. Non era tanto la verginità che gli interessa, oggi soprattutto, ma lo faceva imbestialire la mia testardaggine e negare”.
“Se gli raccontassi la verità, forse capirebbe e forse la sua gelosia retrospettiva si attenuerebbe”.
“Già la gelosia! La gelosia se lo mangia vivo perché mi ama. Tutto quello che fa lo fa per amore!”
Lo ripeté più volte quasi a convincere se stessa. Poi rise con la guancia destra. Fu una risata a metà.

Alfio Patti
(nato a San Gregorio di Catania- CT- nel 1957)
Redattore in un quindicinale e addetto stampa del Comune di San Gregorio di Catania, ha al suo attivo diverse pubblicazioni. Da oltre 20 anni è impegnato nella ricerca, lo studio e la valorizzazione della poesia e cultura siciliana. Per questo ha fondato il Gruppo di ricerca “Allakatalla” con uno spettacolo di cunti e canti siciliani che porta in giro per la Sicilia e all’estero accompagnandosi con la sua chitarra e la sua voce come aedo e cantastorie.

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