Non so da dove cominciare, scusatemi. È tutto assurdo, dal motivo per cui sono qui al fatto stesso di esserci.
Sono un’agente di polizia penitenziaria.
La cosa… il fatto… è successo due giorni fa.
Sarei dovuta venire prima, ma non ce l’ho fatta.
Ero l’unica donna in servizio. Il turno era quello che va dalle 24,00 alle 8,00.
Come dicevo gli altri colleghi erano tutti uomini e… questo non l’ho ancora detto: lavoro nel settore femminile.
Io sapevo delle loro intenzioni, si erano anche preparati in modo abbastanza evidente…
Avevano qualche scatola chiusa, non so cosa ci fosse dentro, e due telecamere.
Che volessero filmare non lo sapevo…
Io ho fatto quello che si aspettavano che facessi: mi sono messa in ufficio a riordinare carte. Non lo so se ero d’accordo… Sì, la ero, credo, non ho fatto niente, quindi la ero, ma non ho detto ne sì ne no…
Siamo troppo pochi in questo periodo, tra ferie, malattie e pensionamenti… Anche loro sono poche, ma, come dire, ben selezionate: è un settore ad elevata vigilanza, quindi è facile immaginare gli elementi.
Da un po’ sembrava che non avessimo più nessuna autorità. Loro… i miei colleghi, intendo, l’avevano presentata come una normale punizione, un modo per rimettere le cose in chiaro… Sì, adesso vengo al dunque, lo so che sto girando a vuoto, ma sono ancora confusa, non capisco come mi sia lasciata condizionare… il lavoro è duro, ero snervata, loro, l’ho già detto, sono molto insubordinate…
Non lo dico per giustificarmi…
Sì, adesso vado ai fatti.
Veramente, non ho visto niente mentre avveniva e ho sentito molto poco: solo qualche voce confusa, non ho nemmeno capito cosa dicessero, non lo volevo neanche, in realtà. Comunque, ho visto tutto dopo, quando loro… gli altri, hanno finito e sono uscita dall’ufficio… Cinque o sei ore, non so, buona parte del turno, insomma. Le ragazze erano tutte nelle celle, molte si sono girate a guardarmi… Scusate, mi fa molto effetto raccontare… Sembravano allucinate, avevano le facce stravolte, quasi tutte erano piene di lividi. Alcune si stavano rivestendo… Ci stavano provando perché c’erano brandelli di stoffa dappertutto… Sì, avete capito cos’è successo… se non me lo fate dire è molto meglio… È pazzesco che mi sia lasciata coinvolgere in questa storia. Sì, lo so che essere qui a raccontare avrà delle conseguenze anche per me. Va bene. Molte non avevano neanche provato a vestirsi e si erano semplicemente messe a letto. Un paio erano ancora rannicchiate per terra.
Io ho cercato di parlare con loro.
Avrei voluto aiutarle, però non volevano permettermelo. Non mi hanno detto niente, perché avevano paura, ma… il fatto che fossi stata lì e avessi fatto finta di niente… insomma, erano tutto fuorché ben disposte nei miei confronti, lo capite.
Anche questo, che se ne siano rimaste così zitte, intendo, è stato strano, mi aspettavo che si mettessero a insultarmi, avevo anche in po’ paura che potessero fare di più, perché ero sola… invece niente, però, non rispondevano neanche alle mie domande.
No, infatti, non so cosa sia successo di preciso, non so neppure se loro lo diranno mai. Ho cercato di fare quello che potevo… molto poco, in realtà.
Con quelle in isolamento e con le due in punizione è stato più facile, perché non mi avevano vista e ho potuto dire di essere appena arrivata.
Però, quelle erano impressionanti…
No, scusate, a descriverle non ce la faccio…
Alla fine… non mi ero mai vista al loro posto, non potevo neanche farlo, col mio lavoro. Voglio dire, se riesci a non sentirti superiore, magari, diventi un’educatrice, non entri nella polizia penitenziaria. In quel momento, invece, mi sono proprio immaginata come loro…
Una era ancora ammanettata alla sua branda, era spaventatissima, non riuscivo neppure a liberarla perché continuava ad agitarsi. Probabilmente sarebbe stata lasciata lì fino a che non fosse stata notata da qualcuno del turno successivo. Quelle in punizione erano proprio peste… voglio dire che erano state anche picchiate ed erano messe proprio male, non oso immaginare cosa gli abbiano fatto di preciso… ho avuto paura seriamente per loro.
Adesso sono in infermeria, stanno meglio, almeno.
Però, il problema è che è tutta gente che ha pochissimi colloqui e poi sono sicura che siano state minacciate perché anche a me non hanno voluto dire niente.
È per questo che sono venuta… E poi perché è stato troppo brutto vedere che credevano che non ne sapessi niente e potessi aiutarle…
Penso di aver detto le cose più importanti, adesso posso scrivervi i nomi dei miei colleghi coinvolti.
Ecco.
Cosa faccio, devo restare qui?
Un’altra cosa: ho paura che il fatto che io sia venuta a fare denuncia possa avere delle conseguenze su di loro, sulle ragazze…
Potrebbe averne anche su di me, forse, ma, a questo punto, non credo proprio che tornerò a lavorare, vero?
Continuo a non capire… è assurdo come sia finita anch’io in questa faccenda. Comunque ci sono finita, lo so, non sto cercando di tirarmi indietro, dicevo solo che la cosa stupisce anche me.
Va bene, sentite, ho una domanda: se… cioè, come dicevo prima, lo so che avrò dei guai. In sé non è un problema… alla fine ho deciso io di venire, intendo, le mie responsabilità me le prendo, ci mancherebbe… però farete in modo che non ne abbia più del dovuto?
Voglio dire… ho paura delle altre, una volta che sapranno perché sono lì…
Lo so che non dipende direttamente da voi, ma sarà fatto qualcosa per evitarlo?

Valentina Barbarini
(nata a Parma nel 1983)
In possesso di maturità scientifica, laureata in Studi Filosofici e attrice in una compagnia di teatro di ricerca a Parma con varie esperienze di volontariato e di teatro sociale in gruppi integrati con attori disabili, in attesa di partire per un periodo breve di servizio volontario europeo. Nel luglio 2007 pubblicazione del romanzo breve “l’autunno della primula” con la casa editrice Il Filo.

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