Quando si risveglia, Anna ha le dita rattrappite, pigiate sotto la schiena a tenersi le reni. La bocca impastata e dolciastra, la testa che pulsa. Non si muove, gli occhi cisposi e semiaperti vedono il buio, la finestra bollata dai lampioni di fuori. Da quella stessa finestra, pensa, una volta hanno cercato di entrare i ladri, mentre lei e coso dormivano. Per terra. Non ce l’avevano, un letto, in quella stanza.
Lo chiamava appartamento, coso, ma era una stanza. Non capisce niente, Anna, sta fermissima e cerca di sapere con il corpo esattamente dove si trova, nella stanza. Proprio in mezzo, le sembra. Le sembra anche di non aver dormito. Quando ha smesso, coso, lei non ha più cercato di muoversi, nemmeno quando è uscito. Anna pensa che adesso potrebbe scappare, ma sa, ancora non precisamente, che c’è qualcosa che glielo impedisce.
Ah, sì. I soldi. La sua paga, intera, dovrebbe essere là, intorno a lei, strappata in mille pezzettini.
La sua paga di una settimana. Coso le ha detto che adesso, per colpa sua, non potranno pagare l’affitto e mangiare. Le ha detto che lui, adesso, dovrà lavorare il doppio, brutta troia, per tirare avanti per sette giorni. Non era mai successo, questo. Che lei fosse una stronza, e una puttana, che lo volesse imbrogliare, che non fosse capace di far niente, che non faceva altro che oziare tutto il giorno, questo lo diceva da sempre, coso.
Diceva anche che lui era l’unico che l’amava senza secondi fini, l’unico suo alleato, che i colleghi la volevano fregare, e che non si fidasse dei cosiddetti amici, che gli uomini forse le stavano vicino perché lei gli faceva i pompini e che le donne erano stronze invidiose che sparlavano di lui, tutte puttane. Coso le aveva detto che suo fratello era un coglione scansafatiche, che si approfittava di lei, e che ai suoi genitori avrebbe spiegato lui come viveva Anna, e che stronzate aveva fatto e come lo trattava di merda e lo prendeva in giro, gli avrebbe detto lui che la puttana, in questa città lontana, aveva abortito perché neanche sapeva di chi era il bastardo.
Le diceva che lei e lui erano una cosa sola, contro il mondo, e le chiedeva perché non cambiava, perché non lo rispettava e non seguiva i suoi consigli, mai, sempre ad ascoltare gli estranei che gli volevano male, a coso. Sempre a buttargli merda addosso, lei, a coso, con chiunque, a parlare delle cose loro, a raccontare in giro bugie su di lui. Anna pensava che doveva aspettare, ancora un po’.
Doveva aspettare che tutto fosse pronto, che lui si allontanasse per un po’, doveva aspettare di recuperare le sue cose, la catenina del battesimo e gli anellini e gli orecchini d’oro che doveva riportare a casa e che lui le aveva preso e impegnato per giocarsi i soldi ai cavalli, e ai cani. Perdeva sempre, quasi sempre, coso. Mandava sempre lei, a fare le puntate. Del resto, era lui che faceva le cose importanti, lei non faceva mai un cazzo. Anna odiava quei posti, pieni di ubriachi, il tanfo della birra stantia intorno, le buste della spesa appoggiate in giro, la carta delle puntate perse stracciata e sparsa su tutto il pavimento, e fuori sulla strada, il caos delle tv sintonizzate sulle corse, non ci capiva niente.
Ma non poteva sbagliare, lo sapeva. Il terrore fino alla fine della corsa, già a casa, quando lui tornava incazzato perché aveva perso, e controllava che lei non avesse fatto pasticci. E poi era successo. Lei aveva preso i soldi, quel giorno, e le istruzioni. E poi aveva pensato che tanto avrebbe perso, come tutte le volte, e li aveva usati per comprarci del cibo, che serviva, quello. Invece, quel cavallo aveva vinto. Anna si tira su piano, e va in bagno, fuori dalla stanza. Lo dividono con quelli dell’appartamento di fronte. Accende la luce, strizza gli occhi, e si vede dentro lo specchio. Rimane, ferma, muta, per un tempo che non sa contare. Perché deve contare i danni,invece. Mazzi di capelli strappati le spuntano dalla testa, penzolanti. Uno ha scoperto l’alopecia che le ha trovato il parrucchiere, tempo fa, che non sapeva cos’era, lei, e lui con la faccia buia a chiederle che problemi aveva. La faccia è gonfia, tutta. Un occhio semichiuso, il livido di un rosso così acceso da sembrare riempito a matita. I segni sul collo. Le braccia, le gambe. Non c’è un solo punto che non sia rosso o blu. Anna sa cosa accadrà di lì a poco.
Coso tornerà, e la abbraccerà e le chiederà scusa, le dirà che non sa cosa gli è preso, che lui promette di non farlo più, ma che lei deve comportarsi bene, e che tutto andrà a posto, vedrai. Se stiamo insieme, tutto si sistemerà. Io e te, amore mio, che siamo soli, contro il mondo che ci vuole male. Ho perso la pazienza, e avevo bevuto, lo sai che quando bevo non mi controllo, dirà coso. Lei farà finta, parlerà con lui perché altrimenti potrebbe di nuovo incazzarsi, urlare, oppure la costringerebbe a stare alzata tutta la notte per parlare delle sue cose, dei suoi progetti, per chiederle che cosa ha fatto oggi, e dov’è stata, e con chi. Coso avrebbe messo tutto a posto, di nuovo, fino alla prossima volta. Anna si guarda, dentro quel pezzo di vetro nel bagno. Torna nella stanza, al buio. Abitua gli occhi e comincia a vedere. Le sue cose, buttate negli angoli, i vestiti, fatti a pezzi dalle forbici. Prende in mano la sua borsa, sventrata, la mette sul letto. Si mette le scarpe, ed esce. Dentro la notte, e senza le sue chiavi.

Beatrice Biggio
(nata a Carbonia -CA- nel 1963)
Vive a Trieste, scrive, non fa la giornalista e prende appunti in verde.

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