In un angolo al buio
sta un piccolo ragno.
E sta nero e rattrappito
il ragno da bagno.

Sono pietre di lava roboante che ribolliscono su per i tramezzi del corpo. Sono sfere di rossi e di gialli infuocati, con le lingue strigliate all’indietro, che corrono corrono corrono. Con gli artigli e al più con le unghie anelano cieche all’arida landa. E quella, su cime cerebrali, sta piatta e moribonda. Non pensa.
Il ghiaccio rattrappisce le superfici di un uomo distaccato. E lame di derma scheggiano, impavide, quelle pietre di lava infuocata. Invaso da fragorosi ossimori ma sordo ai rumori, erutta, quell’uomo, un virulento boato che dentro s’è fatto uragano e saetta le schegge sul corpo in subbuglio. Pungono, le schegge petrose, un nervo del collo che teso vibra di un suono grave. E trascendono il senso di spalle nervose che s’alzano isteriche al suon di quello: sono spasmi di un fuoco stratega che va per inerzia e dietro di Noi si aggira sospetto.
Inquieta anche Noi, sì, quell’uomo agghiacciante fuori e dentro in subbuglio: temiamo le schegge, esche di dolosi isterismi e di gesti convulsi del corpo. Lasciano scie di tetre ombre e freddi tremori tra il collo e la nuca. E Noi le sfioriamo, le ombre e gli inganni di quelle, con l’ansia e l’esaltazione di una caccia guardinga. Invidiamo per questo il riflesso e l’arcano di superfici specchianti.  Presenti a se stesse, ridono grasse per Noi che sol riusciamo ad ingoiarci, avidi ed orbi, nei nostri vuoti loculi. Poveri Noi, incompresi da sguardi fraterni! Occhi inquisitori scommettono sul Nostro squilibrio. Ma temiamo solo le schegge che, in terra nostra, tendono a Noi un ignobile agguato.
E mentre sbarriamo a destra e a sinistra, cala d’un tratto un lungo drappeggio. Un velluto di blu ora usurpa l’attonito sguardo e strabuzziamo impazziti perché riusciamo a penetrarlo. Ma ingorde visioni cadono esauste sotto le lingue dei rossi e dei gialli infuocati e Noi pure bruciamo di un rogo vincente. Vitrei e sbarrati, schiaffeggiamo ora occhi di donna e vi sputiamo dentro sgomento e terrore. E a terra, in un angolo al buio, v’è quella donna. E come un ragno sta nera e rattrappita con i suoi tanti occhi: Noi con i suoi, liquidi e belanti. Perché chi è schiaffeggiato dall’orrore emigra al di là del drappeggio, spettatore di se stesso in astrazione che elemosina un pubblico auditore.
Chiuso al silenzio dintorno, fatto di respiri d’affanno e singhiozzi convulsi, l’istrione invece, solitario e ciclopico, smania da solo sul palco per il ruolo che orgoglioso ricopre. Spruzzi di luce che cadono a cocci sui marmi da bagno, attraversano i sinuosi nodi del fumo soffiato. E lampi in corto circuito disegnano figure radiografate sulle piastre che pavimentano l’atmosfera da laboratorio.
Il trucco di scena fa grande l’attore: mani di plastica innervano e contraggono le braccia agghiaccianti dell’uomo e prensili, afferrano un arto.  Strette le dita, affondano la carne plumbea e lei da quelle si riversa come latte che cola.  Scotta il contatto di pelle malvagia e marchia la donna di tristi presagi.  C’è subito un palmo, l’altro dell’uomo, che digrigna le umide dita. Il sasso possente pone alla vista spigoli di nocche sporgenti e si scaglia pesante sul volto di donna.  Le labbra di lei si schiudono umide e pastose. Ed un suono le ribollisce sordo sul profilo. Ha la bocca che stilla un rosso petrolio e ogni sussurro è custodito gelosamente in dense bolle che scoppiano e muoiono sul volto di lei.
Il fumo esaurisce l’ossigeno intorno e frigge la cicca su quel ventre di donna. Umile ragno, in un angolo al buio, lei tesse una tela con la saliva scarlatta. La donna è immobile in una smorfia di pianto sospeso, con una lacrima compatta sulla livida gota e un filo di sputo al centro della bocca aperta. Rannicchia le braccia e le gambe come un ragno impaurito mentre lui continua con un meteorismo di impavide violenze. E livida a terra si chiude esanime come Noi nei nostri vuoti loculi. Sì, ci ritiriamo anche Noi, esanimi per averci visto compiere nel corpo di lui un abuso di sguardi agghiaccianti. In lui che ora schiaccia la schiena contro mattonelle marchiate dal sangue e dal silenzio. E che ha i palmi riversi nel lavabo incrostato.
È un tetro silenzio che ovatta l’orrore appena compiuto. E nessun respiro si sente soffiare. È il terrore di lei che evapora e aleggia nell’aria. Il suo corpo spurgato è più leggero di prima. E lui anche sta come un automa e vegeta vegeta vegeta. Si allarga poco il suo petto ad ogni respiro, anzi vuoto si stringe ogni volta. È rachitico e sordo.
Noi, i suoi occhi, sfuggiamo allo sguardo che scarichiamo a Noi stessi allo specchio. Siamo i primi a vedere l’epilogo del dramma inscenato. Nell’arcano riflesso della superficie specchiante ci rivediamo indugiare, maniacali, su lembi di pelle violentati, ci riconosciamo riflessi negli occhi liquidi di lei e seguiamo al dettaglio il letto che il sangue si è scavato tra i tagli sulle mani dell’uomo. Ora lei, funerea mantide religiosa, è riversa in terra. Ma si stiracchia. È viva. Ma tra i fumi sospesi nell’aria e il terrore che si addensa in nubi cariche di lacrime a fiotti, qualcosa spira. Ed è lui, ucciso dentro dalla funerea mantide religiosa.

 

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